E. Dioli, Il Maestro - SilvioGaggi_2020

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Cenni

Silvio e il maestro d’arte

Era il 12 novembre del lontano 1951, una giornata bellissima che confermava l’estate di S. Martino, quando il papà mi accompagnò alla prima lezione d’arte.
Il maestro, che prima d’allora non conoscevo, mi diede subito l’impressione di essere un uomo del tutto singolare, di stampo ottocentesco; la lunga barba rossiccia e i baffi rendevano il suo viso simile a quello di Garibaldi.
Viveva a pian terreno di un castello molto suggestivo, unico nel suo genere, scavato per metà nella roccia.
Il maestro non aveva certo le sembianze di un uomo docile, disponibile, ma piuttosto sembrava di carattere austero: con cui, forse, pensai sarebbe stato difficile comunicare. Viceversa si rivelò ben presto un uomo di grandi doti umane.



Prima di iniziare la lezione cercò di famigliarizzare facendomi alcune domande sul tipo di vita che conducevo, sul lavoro che avrei voluto fare. Poi si mise a raccontare della sua vita, non priva di difficoltà, con periodi negativi e travagliati che lo portarono a decidere di andare a vivere da solo in quel castello, come un eremita. Allora raccontò: “Ebbi i primi problemi con i miei genitori e i parenti che si dimostrarono sempre contrari al fatto che frequentassi una scuola d’arte. Ma, risoluto nei miei intenti e animato da una enorme passione, partii alla volta di Torino, convinto che prima o poi avrebbero condiviso l’idea. Ma non fu così: loro insistevano perché andassi in seminario, così dovetti studiare a mie spese, frequentando la scuola il mattino e andando a lavorare nel pomeriggio. Quando ebbi terminato gli studi, trovandosi l’Italia nel pieno del primo conflitto mondiale, mi chiamarono alle armi, ma grazie alle mie capacità lavorative mi trattennero al comando di Bergamo come calligrafo. Terminata la guerra lavorai a Milano nelle botteghe di arredamento, mentre contemporaneamente insegnavo alla scuola d’arte di Brera. All’insegnamento, comunque, preferivo altre attività, quali il progettista intagliatore, l’affreschista. Amavo inoltre vedere continuamente paesi nuovi, realtà diverse. Fu così che mi spostai continuamente da Como a Catania, a Sondrio; andai poi in Svizzera, Austria, Germania, Polonia e nel giro di pochi anni riuscii a racimolare un buon gruzzolo.
A Chiesa comperai così un grande appezzamento di terreno e roccia, a Sasso Gianaccio, alla frazione Costi.
Progettai un bel castello dove andare a vivere, con l’intento di trasformarlo poi in un Museo di valle. Cominciai i lavori, costruii grezzamente la torre est del castello ma il fallimento della banca Valtellina, diretta da Capra, distrusse all’età di oltre quarant’anni anche il mio progetto, visto che perdetti tutti i miei risparmi, che allora erano parecchi, tanto da poter costruire tre ville.
La grande crisi del 1930, che si protrasse fino allo scoppiare della seconda guerra mondiale, e la situazione economica di graduale peggioramento che l’accompagnò, congelò rapidamente tutte le mie speranze. Fu così che mi ritirai solo nel castello, come un eremita, con la sola compagnia di una capra e alcune galline, animali che ritenevo utili all’uomo per la sopravvivenza, e con loro vissi in sincera armonia, tanto da considerarli gli amici più fedeli.
In realtà devo dire che più conosco l’uomo, più amo gli animali!
Proprio per questa sua visione negativa dell’umanità decise di condurre da quel momento in avanti una vita appartata, isolato nel suo maniero, per finire in pace gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi al giardinaggio, agli animali, all’arte e agli amici più cari. Mi disse, infine, che anch’io avrei potuto essere uno di quelli se lo avessi considerato prima di tutto un amico, poi un maestro.
Queste parole mi incoraggiarono e mi infusero serenità, là dove al primo impatto era prevalsa la paura di fronte a quest’uomo dalle apparenze austere.
Seguii molto attentamente le varie vicissitudini della sua vita, ma i miei occhi erano costantemente attratti dai particolari più caratteristici del castello, unico per la sua originalità. Si potevano vedere teste di animali mostruosi scolpiti nella roccia, interrotte da falsi ripiani, che fungevano da credenza; in alto, sulle pareti, una serie di graffiti-in corso di lavorazione.
l locale aveva una triplice funzione: serviva da cucina, da camera e da studio-laboratorio. Un bancone da falegname, con tutta una serie di scalpelli da intaglio e altri vari attrezzi, era riservato ai lavori di scultura; al centro un piccolo tavolo serviva per disegnare. Su quest’ultimo era appoggiata una radio, di marca “Nicoletta”, a quei tempi posseduta da pochissime famiglie.
Insomma avevo di fronte un uomo che aveva vissuto e viveva in un mondo del tutto suo, con una mentalità completamente diversa da coloro che gli stavano attorno, che aveva trovato il giusto equilibrio tra teoria e pratica.
Questa piacevole conversazione, di contenuto altamente educativo, sottrasse in realtà pochissimo tempo alla lezione e servì a dispormi sulla strada dell’arte con maggior convinzione.
Quel giorno avevo portato con me l’album da disegno, la matita, la gomma.
Il maestro disse che per alcuni giorni poteva bastare, ma che in seguito avrei dovuto procurarmi tutto l’indispensabile per poter iniziare un buon programma di lavoro.
Poi andò a raccogliere una foglia di fico dicendomi che se avessi voluto imparare bene a disegnare, avrei dovuto copiare dal vero e mi spiegò come impostare il disegno. “Prima di tutto - disse - va abbozzato con leggeri tratti per meglio poter correggere, rispettando la grandezza, le proporzioni e l’asse di inclinazione.” Ricevuta la spiegazione iniziai con l’abbozzo ma, già dai primi tratti, il maestro vide che le proporzioni erano sbagliate e mi spiegò con grande perizia il motivo servendosi di un esempio: “Suddividi il soggetto che devi disegnare in frazioni, considera la differenza in termini di frazioni tra lunghezza e larghezza, così potrai impostare il disegno con le giuste proporzioni.” Quando ebbi terminato l’abbozzo, il maestro, su un altro foglio, mi disegnò i particolari, quali lobi, nervature, molto ingrandite, per mostrarmi meglio il carattere analitico. Mi spiegò che non importava riprodurre il modello in modo fotografico, con gli stessi lobi e le stesse nervature, bensì capire subito l’aspetto della foglia, il suo carattere, perché in essa era racchiusa l’essenza dell’intera vegetazione.
Procedetti col disegnare i dettagli della foglia, seguendo scrupolosamente i consigli del maestro. Quando approvò il mio operato, rafforzai al meglio i contorni con la matita. Portato a termine il disegno bisognava ora dare rilievo alla foglia, non essendo un pezzo piano. Andava quindi modellata a chiaro e scuro. Posata in alto a sinistra una fonte di luce che permetteva di diversificare le zone illuminate da quelle in ombra, bastava ora riprodurle esatte sul disegno. La cosa non si rivelò così facile, visto che non c’era una linea netta di separazione tra luce ed ombra, ma il passaggio era graduale tanto che si doveva ricorrere a delle tonalità sfumate.
Contento mi preparai per tornare a casa, convinto di poter portare con me anche il disegno, orgoglioso di poterlo mostrare ai genitori, ma il maestro non fu d’accordo. Disse che avremmo dovuto finire il corso di copia dal vero sulla vegetazione e confrontare quel primo disegno con quelli che avrei fatto successivamente, per valutare lo sviluppo evolutivo di apprendimento.
Ugualmente soddisfatto salutai il maestro e corsi a casa a raccontare con entusiasmo il mio primo giorno di lezione d’arte. Non ero tanto eccitato dal risultato del disegno finito, quanto affascinato dal metodo di insegnamento semplice e conciso del maestro, persona dalle idee concrete e sagge.
Al mattino lavoravo la pietra a casa, il pomeriggio lo dedicavo alle lezioni. La seconda lezione si concentrò sulla stilizzazione della foglia di fico, nelle sue varie applicazioni decorative: intrecciate, avviluppate con le volute in modo da formare dei fregi da applicare sugli oggetti in pietra ollare.
Terminato il corso dal vero sulla vegetazione e sulle varie applicazioni decorative, nella tarda primavera, quando le giornate tiepide e soleggiate lo permettevano, mi fece copiare dal vero il paesaggio, per capire la prospettiva, attraverso il punto di fuga e il prolungamento delle linee. In quel modo si potevano ottenere le giuste distanze, le giuste proporzioni e dare profondità ai diversi piani del paesaggio.
Un altro corso che mi ha interessato molto è stato quello sull’oggettistica di arredamento realizzabile con la pietra ollare. Si concentrò sia sulle possibili forme realizzabili sia sugli stili adottabili, a partire da quello egizio, più antico di tutti, al Liberty, d’inizio secolo, fino a quelli orientali arabo-moreschi.
Seguendo questi stili ho poi disegnato piatti, ciotole, bomboniere, vasi, servizi vari, candelabri, ecc. Il corso perdurò a lungo, essendone io stesso interessato in modo particolare visto che sarebbe stato fondamentale per il mio futuro. A tratti fu interrotto però dallo studio della figura umana, indispensabile per capire le giuste proporzioni, e dallo studio della scultura con la plastilina e su pietra. Nella primavera del 1955 iniziai il primo lavoro di scultura molto impegnativo: un camoscio a tutto tondo, ricavato con mazzotto e scalpelli da un blocco di pietra ollare di 4 quintali, alto 70 centimetri.
Per ultimare la scultura sotto la direzione del maestro ho lavorato per oltre tre mesi ogni mattina, il sabato tutto il giorno e alcune volte anche la domenica mattina in modo da poterlo esporre in vetrina nel nuovo negozio in via Roma a Chiesa. La primavera successiva mi dedicai ad un altro lavoro di scultura, un cervo volante, copiato dal vero, ingrandito dieci volte e l’anno dopo scolpii un sacro cuore alto 65 centimetri. Tutti questi lavori mi impegnavano intensamente per circa tre mesi ciascuno.
Finito il corso triennale di scultura ne feci un altro sulla pittura ad olio, su piatti, sulla pietra ollare, su tavolette di legno. Mi dedicai poi ai ritratti: figure, scene allegoriche, scene religiose. Con la tecnica a carboncino realizzai i ritratti dei miei famigliari feci il mio autoritratto. Successivamente mi dedicai allo studio dell’anatomia del corpo umano; a coronamento dell’apprendimento della varie tecniche pittoriche mi concentrai su alcuni lavori ad acquarello, per lo più fiori e paesaggi.
Conclusi i corsi con un nutrito studio sull’architettura. Attraverso il disegno a china su tavole 50X70, dipinte successivamente ad acquarello, studiai tutti gli ordini e gli stili architettonici, a cominciare dallo stile Egizio, Greco, Romano, Romanico o Bizantino, Gotico, Fiorentino 0 Rinascimentale, Prebarocco, Barocco, Rococò, il Neoclassico o Imperiale (Luigi XV D fino allo stile Liberty, stile libero, privo di ogni elemento stilistico.
Purtroppo non potei terminare il corso perché fui chiamato, dopo il secondo rinvio, a prestare il servizio militare. Era il luglio 1963 e partii alla volta di Albenga, destinato all’89a fanteria Salerno, con il fermo intento di riprendere il corso lasciato in sospeso al mio congedo definitivo. Così, non appena ebbi in mano il congedo, tornai più deciso che mai dal maestro, ma purtroppo lo trovai in cattivo stato di salute. Mi disse che stava poco bene e mi pregò di aspettare alcuni giorni. Ritornai da lui tre settimane dopo, lunedì sera 26 ottobre 1964, ma lo trovai ancora più debilitato. Gli consigliai allora di andare in ospedale a curarsi ma, troppo legato al suo castello, non volle allontanarsi neppure in quelle circostanze e preferì rimanere fino alla fine.
Viste le sue cattive condizioni quel giorno mi fermai fino a tarda sera a sbrigare alcune faccende: torchiai l’uva di clinto prodotta nel suo giardino, per produrre il vino di suo consumo. Erano ormai le 23 passate quella sera, ma non avevo voglia di andarmene e di lasciarlo solo. Provai ancora a convincerlo ad andare a farsi curare all’ospedale, ma mi disse che si trattava certamente solo di un poco di stanchezza e che sperava di superarla al più presto. Ma non fu così. Alcuni giorni dopo fu ricoverato d’urgenza all’ospedale e di lì a poco morì di broncopolmonite. Era il 20 novembre 1964.
Chissà per quanti anni ancora l’avrei frequentato se la morte non lo avesse portato via in quel modo. C’era sempre da imparare da quell’uomo, sia per le sue conoscenze in campo artistico sia per le sue solide qualità umane: uomo saggio e severo, maestro di vita. La sua dipartita da questo mondo lasciò un grande vuoto nella mia vita, visto che per mè era divenuto quasi un padre spirituale, oltre ad essere un maestro e un amico.
In quegli anni passati a lezione, il maestro mi diede la possibilità di spaziare in varie discipline dell’arte, che mi permisero di raggiungere una buona formazione artistica e che furono ugualmente accolte da me con interesse. La tecnica prediletta fu però la scultura, poiché permette la realizzazione di visioni diverse di una stessa realtà. Un blocco di pietra, scolpito con mazzotto e scalpelli, può nascondere le più svariate forme scultoree; statue che per milioni di anni erano state celate nella roccia, vengono alla luce prendendo forma. La roccia dura mi fu amica fin dalla prima infanzia, l’amavo e la sentivo parte integrante della mia vita mentre la manipolavo, la sgrassavo, la scolpivo, la lucidavo, assaporando il profumo della polvere finissima che mi copriva le mani, il viso, i vestiti. Quella pietra vergine e pura, tutta da scoprire, alimentava in me lo stimolo, la passione, la voglia di conoscere. Non era un sasso morto da discarica, bensì una pietra viva. L’uomo fin dai tempi più remoti aveva imparato a conoscerla e ad amarla e l’aveva utilizzata per le attività domestiche.

Erminio Dioli: il maestro e l’arte

Il maestro nacque a Caspoggio nel 1885 da famiglia povera, primogenito di cinque fratelli e figlio d’arte; il padre, infatti, era un artista autodidatta. Quest’ultimo voleva a tutti i costi che il figlio apprendesse unicamente da lui, senza frequentare alcuna scuola professionale. Erminio, invece, si era ostinato a voler frequentare una scuola d’arte, qualsiasi costo e sacrificio comportasse. Contro il volere dei genitori partì alla volta di Torino, dove si iscrisse prima al ginnasio, poi al politecnico. Visti gli splendidi risultati che riusciva ad ottenere, riuscì a proseguire la scuola grazie alle borse di studio. Nel tempo libero si dedicava al lavoro, applicandosi anche nei mestieri più umili. Ultimati gli studi, Erminio Dioli girovagò per varie città d’Italia ed estere, dapprima come insegnante in Sicilia e Calabria e altri paesi ancora, e poi come progettista e intagliatore di mobili nelle botteghe artigiane. Egli primeggiava per l’arte decorativa nelle più varie tecniche: affreschi, dipinti, graffiti, intagli, ecc. Fu maestro del Barocco e profondo conoscitore del Rococò, uno stile bizzarro che vide il suo tramonto alla fine del ’700. L’estrosità di questo stile d’arte, privo di vere e proprie regole, rispecchiava pienamente l’animo del Dioli che, estroso e libero, seppe disegnare, dipingere e plasmare con raffinata tecnica di esecuzione vere opere d’arte grazie ad avvincenti giochi di luce e a strepitosi bassorilievi.
Dioli seppe creare uno stile denominato “Malenchino” che utilizzò particolarmente in valle. Si trattava di uno stile decorativo che si sviluppava attorno a due motivi principali: i fiori e gli animali alpini. Il tutto era arricchito con foglie di imitazione orientale. N ell’architettura predominavano invece i motivi geometrici d’influenza egizia. Le decorazioni venivano stilizzate con lineamenti del tutto personali, tanto da costituire il motivo principale della sua arte. Non perse mai la sua impronta estrosa e libera e trasformò gli animali nelle più originali bizzarrie. I motivi floreali che realizzava erano semplici e piatti, le foglie erano prive di dentellature e venature, ma venivano intrecciate nelle volute in mille modi fino a completare elegantemente il motivo del fregio, che veniva ripetuto simmetricamente di fianco o di fronte.
Nell’architettura delle case da lui progettate a Chiesa predominavano i motivi geometrici con lineamenti molto stabili e sobrie, senza trascurare l’eleganza estetica. Infatti tutte le sagomature sono costituite da gusci, cordoni e listelli. Si possono infatti vedere nelle inferriate, nelle balconate, nei portali, nei muri di recinzione, nel mobilio e persino nei vasi di fiori.
Dioli fu comunque un buon conoscitore di tutti gli stili: Classico e Neoclassico, a partire dallo stile Egizio (3 800 a. C.) allo stile Impero e Chippendale dei primi del ‘900. Rinnovò lo stile architettonico delle costruzioni di Chiesa: dai suoi progetti infatti nacquero le più belle case e ville del paese con una propria identità tipologica, chiamata “Stile malenchino”. Cercò di utilizzare infatti per lo più le risorse locali quali sasso, legno e calce. I suoi splendidi graffiti andavano a dare un tocco di eleganza al tutto. Ancor oggi, tra le costruzioni più tipiche, ben inserite nell’ambiente, troviamo: a Caspoggio la Villa del Conte Candiani, a Chiesa in Valmalenco la Villa Parravicini (Via V Alpini), la Villa Dr. Margnelli, la Villa Schenatti (Via Roma) e tante altre sparse nel paese, tutte protette con l’ultima variante del piano regolatore.
Molto espressivi sono i ritratti dei suoi familiari eseguiti ad olio, nudi a carboncino, dalle più perfette forme anatomiche, paesaggi, la statua di un boscaiolo malenco in legno, arredamenti in noce minuziosamente intagliati, progetti particolareggiati di monumenti architettonici eseguiti per concorsi.
Molte di queste opere sono rimaste in valle e sono esposte negli originali locali del suo castello, trasformato nel 1965 in albergo “Castel” dal Sig. Franco Rossito che riuscì a salvaguardare molte opere del Dioli.
Chiesa in Valmalenco
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